Nessuno lo può giudicare
Il gruppetto di poche centinaia di contestatori che si è radunato davanti al “mitico” palazzo di giustizia di Milano inalberava, tra gli altri, un cartello che voleva essere sarcastico: “Nessuno mi può giudicare”. Il titolo di una vecchia canzone di Caterina Caselli veniva utilizzato per deplorare la volontà di Silvio Berlusconi di “sottrarsi” ai suoi giudici.

Il gruppetto di poche centinaia di contestatori che si è radunato davanti al “mitico” palazzo di giustizia di Milano inalberava, tra gli altri, un cartello che voleva essere sarcastico: “Nessuno mi può giudicare”. Il titolo di una vecchia canzone di Caterina Caselli veniva utilizzato per deplorare la volontà di Silvio Berlusconi di “sottrarsi” ai suoi giudici. Berlusconi in realtà si è già sottoposto per cinque volte al giudizio che conta, quello del popolo sovrano (come dice la Costituzione, sempre che questo concetto non venga considerato un’espressione di deprecabile populismo). Ha anche subito una ventina di procedimenti giudiziari, tutti finiti in una bolla di sapone, che persino il Financial Times ha giudicato come un tentativo di intromissione di un ordine giudiziario dotato di poteri strabordanti nella dialettica democratica. Berlusconi ne ha abbastanza, e con lui la gran parte degli italiani, che dopo tre lustri di ingerenze arroganti della magistratura vorrebbero che questa rientrasse nei ranghi. Naturalmente non è tutta la magistratura ad aver accarezzato il disegno di una rivoluzione giustizialista, ma la costante solidarietà espressa anche ai comportamenti più discutibili ha gettato un’ombra su tutta la corporazione.
Ci vorranno anni, forse decenni di serio lavoro perché la magistratura italiana recuperi la fiducia che ha sperperato in dissennate campagne politiche distruttive e in oblique manovre di potere. Autogarantendosi l’impunità, cercando di accreditare il suo Consiglio superiore come organo di censura preventiva del legislatore, costruendo processi a orologeria e diffondendo segreti istruttori per alimentare la gogna mediatica, senza beninteso mai cercare i responsabili di questi reati, ha inferto un danno incalcolabile alla stabilità delle istituzioni e, in primo luogo, alla giustizia. Il potere incontrollato e incontrollabile dei giudici, ostaggi delle procure politicizzate, non è giustizia, è il suo esatto contrario. Il presidente del Consiglio dei ministri eletto per tre volte dagli italiani non può e non deve essere giudicato da loro e dal loro corteo vociante di giustizialisti dalla coda di paglia. Può darsi che dalla loro abbiano commi e codicilli, interpretazioni capziose delle leggi e l’omertà della categoria giudiziaria. Hanno perso però, e per loro colpa, l’autorità civile per giudicare “in nome del popolo italiano” chi da quel popolo, cosciente delle accuse che gli venivano rivolte, è stato eletto democraticamente.
Ci vorranno anni, forse decenni di serio lavoro perché la magistratura italiana recuperi la fiducia che ha sperperato in dissennate campagne politiche distruttive e in oblique manovre di potere. Autogarantendosi l’impunità, cercando di accreditare il suo Consiglio superiore come organo di censura preventiva del legislatore, costruendo processi a orologeria e diffondendo segreti istruttori per alimentare la gogna mediatica, senza beninteso mai cercare i responsabili di questi reati, ha inferto un danno incalcolabile alla stabilità delle istituzioni e, in primo luogo, alla giustizia. Il potere incontrollato e incontrollabile dei giudici, ostaggi delle procure politicizzate, non è giustizia, è il suo esatto contrario. Il presidente del Consiglio dei ministri eletto per tre volte dagli italiani non può e non deve essere giudicato da loro e dal loro corteo vociante di giustizialisti dalla coda di paglia. Può darsi che dalla loro abbiano commi e codicilli, interpretazioni capziose delle leggi e l’omertà della categoria giudiziaria. Hanno perso però, e per loro colpa, l’autorità civile per giudicare “in nome del popolo italiano” chi da quel popolo, cosciente delle accuse che gli venivano rivolte, è stato eletto democraticamente.